In questo numero

Nucleare a scala domestica: manuale per installatori di Marco Moro
Piano B? Cool! di Diego Tavazzi
Bonifica dei siti contaminati a cura della redazione
I piani energetici servono alla riduzione delle emissioni serra? di Giulia Agrelli
Una manovra nucleare di Ilaria Di Bella

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Piano B? Cool!
di Diego Tavazzi

Stiamo freschi è l’ultimo libro di Bjørn Lomborg, il professore di statistica che nel 2001 divenne celebre grazie a L’ambientalista scettico, tomo con cui pretendeva di smontare gli allarmi degli ambientalisti (per un’analisi delle contraddizioni e delle manipolazioni di cui è colmo il libro suggeriamo A qualcuno piace caldo di Stefano Caserini, in particolare il capitolo “L’ambientalista selettivo”). La tesi del nuovo volume, che nell’originale inglese è intitolato Cool it, in riferimento alla presunta necessità di raffreddare i toni del dibattito sul global warming, è che questo fenomeno non sia così pericoloso (anche perché, sostiene l’autore, si muore più per il freddo che per il caldo, e un paio di gradi in più non sarebbero così male...) e che non varrebbe la pena di investire risorse che potrebbero essere destinate a risolvere problemi come povertà, fame, accesso all’istruzione o alle cure mediche. In altre parole, le misure di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici sarebbero troppo costose per i benefici che dovrebbero produrre.
Se non si può che essere d’accordo sulla necessità di affrontare questioni come la disponibilità di acqua, l’analfabetismo, la condizione delle donne o la diffusione di malattie come l’Aids e la malaria, rimane però l’impressione che il libro sia improntato alla solita, sconfinata fiducia nel mercato e nella sua capacità di risolvere i problemi che ha contribuito a creare. Questa fiducia è però basata su un presupposto falso, quello per cui lo sviluppo potrà continuare all’infinito. In realtà, le risorse necessarie a sostenerlo non sono infinite e inesauribili. Inoltre, i cicli produttivi che le trasformano in merci e servizi, oltre a consumare altre risorse, producono ingenti quantità di inquinanti che vanno a stressare ulteriormente gli equilibri della biosfera.
Che fare dunque? Una proposta di riforma di questo modello arriva da Lester Brown, di cui Edizioni Ambiente ha appena pubblicato Piano B 3.0. Secondo l’autore americano, la civiltà umana nel suo insieme si sta muovendo sull’orlo di diversi precipizi: la parte iniziale del volume dimostra infatti come la crisi alimentare, quella energetica e quella ambientale siano strettamente interconnesse. Le soluzioni proposte fin qui assomigliano a coperte comunque troppo corte, palliativi che spesso producono in tempi e luoghi remoti effetti non previsti. Il caso emblematico è quello della deforestazione per fare spazio alle colture e ai pascoli: dopo pochi anni, il terreno su cui cresceva la foresta si inaridisce e diminuisce la sua produttività. A quel punto, a meno che non si disponga di parecchio denaro con cui comprare fertilizzanti, l’unica possibilità è... tagliare e bruciare altri alberi. Brown propone come misura preliminare la stabilizzazione della popolazione mondiale entro gli otto miliardi di individui: per contenere la crescita demografica è necessario prima di tutto garantire l’accesso all’istruzione di base, obiettivo che potrebbe essere raggiunto se i paesi più ricchi investissero in questa direzione una percentuale anche minima dei loro bilanci. Altre misure indispensabili sono la lotta alle malattie, il miglioramento della condizione femminile e l’abolizione dei sussidi all’agricoltura, responsabili, assieme all’aumento dei prezzi delle materie prime, dell’impennata dei prezzi del grano e degli altri cereali degli ultimi mesi. Brown sottolinea poi la necessità di ricostituire gli equilibri biologici di foreste e oceani, indispensabili serbatoi di biodiversità e potenti assorbitori di CO2: sistemi di pesca e di coltivazione meno invasivi e più rispettosi dei cicli naturali, diversificazione delle colture e metodi di irrigazione più efficienti potrebbero soddisfare le necessità alimentari di fasce sempre più ampie di popolazione. Un ulteriore tassello consisterebbe nel ripensare le città (per chi volesse approfondire questo argomento, segnaliamo La città rinnovabile di Peter Droege), incentrandosi sempre più sui bisogni degli abitanti e sulla qualità della vita nell’ambito di una strategia più ampia di uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Oltre a una massiccia conversione alle fonti rinnovabili, specialmente a quella eolica, già oggi competitiva in termini economici, Brown propone l’adozione di automobili ibride plug-in, capaci cioè di collegarsi alla rete elettrica per ricaricare le proprie batterie, e la diffusione capillare delle misure di efficienza energetica per prodotti e abitazioni (una misura banale ma che potrebbe garantire risparmi enormi è la sostituzione delle lampadine a incandescenza con quelle compatte a fluorescenza).
La strategia delineata nel Piano B non può però avere successo a meno che non sia supportata da un’imponente mobilitazione collettiva. Brown cita come esempio quella che si verificò negli Stati Uniti dopo l’attacco di Pearl Harbour. Pochi mesi dopo il bombardamento, il Presidente Roosvelt annunciò al paese i nuovi obiettivi di produzione militare e, per tre anni, l’industria automobilistica smise di produrre automobili, venne bloccata la costruzione di nuovi edifici residenziali e i beni strategici furono pesantemente razionati. Gli Stati Uniti e i loro alleati vinsero la guerra, dimostrando così che una rapida riconversione dell’economia è possibile. La posta in gioco oggi è più alta, trattandosi della sopravvivenza della civiltà per come l’abbiamo finora conosciuta: non basta questo a rendere la sfida ancora più intrigante?