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I piani energetici servono alla riduzione delle emissioni serra? di Giulia Agrelli
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I piani energetici servono alla riduzione delle emissioni serra?
di Giulia Agrelli

Per risolvere in tempi utili l’emergenza clima e petrolio occorre qualcosa di nuovo sia nel tipo di programmazione della riduzione delle emissioni serra sia nella ripartizione delle relative quote di impegno alle regioni, ma anche nell’articolazione organizzativa più adatta degli enti preposti, nonché negli strumenti innovativi per il finanziamento.
Nel nostro paese c’è innanzitutto necessità di una programmazione della riduzione, attraverso piani operativi d’intervento. In Italia i piani energetici nazionali, nati con la legge 10/1992, non sono mai stati uno strumento efficace in tal senso e questo rimane vero anche di fronte all’aumento dei prezzi dell’energia e del petrolio. Esiste, in effetti, un’obbligatorietà di redigere tali piani per i Comuni al di sopra dei 40.000 abitanti, ma tale obbligo è disatteso. Serve, dunque, una programmazione innovativa adeguata all’urgenza del problema, strumentata, finanziata, verificata e impegnata politicamente.
Ne parliamo con Paolo degli Espinosa, responsabile ISSI del settore energia.

Perché non funzionano i piani energetici?
Il difetto non sta nello strumento. Il fatto è che il piano, in Italia, non contiene al suo interno, la volontà, gli strumenti e i controlli della sua attuazione e nemmeno le eventuali sanzioni per i casi di non attuazione. È una specie di guscio sul quale sono indicate determinate necessità e buone intenzioni, ma al suo interno è pressoché vuoto, perché accompagnato solamente da leggi di incentivazione insufficienti. Nel caso dell’edilizia si può fare l’esempio del rimborso, sulle imposte, del 55% delle spese sostenute per i lavori di qualificazione energetica, che rimane un incentivo limitato da applicare alla tendenza spontanea del mercato, corrispondente all’intervento annuale su circa l’1% del patrimonio edilizio esistente. Le quantità quindi rimangono modeste, mantenendo il basso tasso di interventi annuali di manutenzione straordinaria ora in atto in Italia.

Come se ne esce?
Se mancano le responsabilità e gli strumenti, bisogna introdurre responsabilità e strumenti ai diversi livelli. Io stesso, con la responsabilità del dipartimento energia ISSI, ho fatto in ENEA una proposta di quote d’attribuzione di riduzioni alle Regioni, che poi potranno effettuare le ripartizioni successive alle Province e Comuni.

Mi pare che per la riduzione delle emissioni il ruolo operativo si sposti dall’Assessorato ambiente a quelli dell’industria, competente per l’energia, dei lavori pubblici-edilizia e della mobilità, tutti competenti per l’operatività...
Già, l’interesse ambientale dovrebbe spostarsi anche in questi settori, ma non è facile. L’energia, l’edilizia e il trasporto sono al centro del problema, ma gli ultimi due Assessorati, rappresentativi di settori grandi consumatori, non nascono con la finalità ambientale e non dispongono nemmeno dei necessari finanziamenti. È un circolo vizioso, perché l’assessore all’ambiente ha le finalità istituzionali, ma non le competenze, mentre gli altri hanno le competenze, ma non le finalità.
La situazione cambierebbe nel momento in cui il sindaco ricevesse dalla Regione una quota d’obbligo di riduzione delle emissioni, nel pubblico e nel privato, con i relativi strumenti. Il sindaco, in questo caso, riunirebbe gli assessori interessati, indicherebbe il capofila responsabile, per ogni settore principale, in particolare edilizia e trasporto, gli garantirebbe di essere “prontamente” assecondato dagli altri responsabili, e attuerebbe, caso per caso, quelle modifiche organizzative che sono indispensabili per un procedimento snello, efficace e verificabile.

In assenza di indicazioni di programma a livello nazionale, si potrebbe prendere in considerazione una rete di amministratori sensibili e con questi affrontare gli ostacoli anche tecnico-economici alla realizzazione degli obiettivi di riduzione nel settore edilizio, con priorità alla parte pubblica?
Esistono soggetti istituzionali ai diversi livelli comunali e provinciali che sono disponibili a lavorare in tal senso. Il sindaco, in particolare, deve assumersi un carico importante di responsabilità e innovazione. La proprietà pubblica, in questo quadro, costituisce un grande vantaggio di partenza per diversi motivi:
• è circa il 10% del totale, una quota non trascurabile;
• può essere sede di politiche deliberate, al di fuori delle incertezze del mercato;
• presenta il vantaggio tecnico-giuridico della unica proprietà di ogni edificio, evitando i problemi degli edifici privati in cui la proprietà è divisa per appartamenti;
• può attivare processi di informazione della popolazione e di progetto partecipato;
• può accedere ai finanziamenti del tipo Esco ­– Energy Service Company – o a banche di interesse locale, per le quali l’impegno del Comune rappresenta già di per sé una garanzia;
• può svolgere quindi una funzione pilota per l’intero mercato.
Il sindaco ne può ricavare risparmi di gestione e una giustificata visibilità, che sia da esempio per i privati. La riqualificazione energetica del comparto pubblico non è però priva di ostacoli, perché si richiede un intervento di tipo “integrato”, mentre l’organizzazione attuale è per “assessorati stagni”.
Per di più, uno degli “assessorati stagni” potrebbe corrispondere all’area di influenza di un partito e l’altro, altrettanto “stagno”, a un altro partito. Per questo, insisto a dire che ci vuole un sindaco forte e impegnato.
La soluzione veramente efficace è che ogni Comune – con responsabilità della Provincia per i piccoli Comuni – sia obbligato a dotarsi di un Piano Energetico Ambientale, con riduzione di emissioni, che si configuri come un Piano d’Azione, anno per anno, e che sia impegnato sull’intero ambito comunale.

Rimane irrisolto un problema fondamentale...
Per una volta è necessaria una formuletta, ma è davvero semplicissima.
In un dato anno
R = r x N
in cui:
• R è la riduzione necessaria complessiva delle emissioni in 1 anno;
• r è la riduzione delle emissioni a seguito dell’intervento su una singola abitazione;
• N è il numero delle abitazioni su cui si deve intervenire in 1 anno.
Come si vede, bisogna curare sia r, cioè la qualità del singolo intervento, ma anche N, il numero degli interventi, quindi la volumetria complessiva raggiunta in 1 anno.
Nessuno, oggi, è responsabile del fatto che le incentivazioni devono produrre una certa riduzione programmata R, che dipende dalla volumetria su cui si interviene.

In definitiva, resta in evidenza il ruolo degli amministratori impegnati nella riduzione delle emissioni. Ma su quali risorse finanziarie possono contare?
La riduzione complessiva delle emissioni R dipende sia dalla qualità del singolo intervento r sia dalla quantità totale delle abitazioni ristrutturate ogni anno N.
Per quanto riguarda r, l’Europa mette a disposizione diversi strumenti, in gran parte legati alla direttiva sul rendimento energetico nell'edilizia 91/2002, in ambito Save, in ambito EIE Energy Intelligence Efficiency e in ambito POR (Assessore all’industria). Vi è poi Altener per incentivare i progetti di interventi dimostrativi.
Il vero problema da risolvere resta ancora N, cioè il numero totale delle abitazioni. Il mercato non si muove da solo. Occorre rendere disponibile un ulteriore vantaggio per i proprietari di abitazioni, derivante sia dal carattere proprio degli interventi a pieno edificio sia dalle innovazioni tecnologiche e di progetto impiegate negli interventi.
Occorre un impegno regionale per gli interventi a pieno edificio, che siano eseguiti da imprese ad alta qualificazione in grado di conseguire maggiori benefici con minori costi.