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Una manovra nucleare di Ilaria Di Bella
Una manovra nucleare
di Ilaria Di Bella
Se in Italia alle parole seguissero davvero i fatti, potremmo dire che 20 anni di "no al nucleare" (che avrebbero potuto spingere il nostro paese alla leadership nel campo delle rinnovabili) sono stati inceneriti in 9 minuti (e mezzo). Tanto ci ha impiegato il Consiglio dei ministri, riunito in seduta serale mercoledì 18 giugno, a varare, in un colpo solo, il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) e la vera e propria manovra per il 2009, costituita da un decreto e da un disegno di legge. In attesa di conoscere nel dettaglio i testi, che dovranno essere come di consueto esaminati dal Parlamento, i ministri competenti hanno illustrato ampiamente i contenuti dei provvedimenti. La notizia è che il nostro paese tornerà a produrre energia elettrica attraverso più centrali nucleari, e lo farà presto, dal momento che, secondo quanto ha anticipato il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, il governo intende definire "entro dicembre 2008 i criteri per la scelta dei siti", ed "entro giugno 2009 una Strategia energetica nazionale", accompagnata da una Conferenza nazionale per l'energia e l'ambiente. Più nel dettaglio, il decreto legge collegato alla Finanziaria dovrebbe contenere l'avvio delle procedure per la definizione della "Strategia energetica nazionale con il ritorno all'energia nucleare, la promozione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica, l'accelerazione delle infrastrutture energetiche (termovalorizzatori, reti di distribuzione, collegamenti internazionali)", mentre il disegno di legge delega dovrebbe contenere le norme secondo cui è il governo che definisce "i criteri di localizzazione degli impianti e per la definizione delle misure compensative da riconoscere alle popolazioni interessate". Ciò significa che da subito, con l'entrata in vigore del decreto prevista a breve, l'esecutivo potrà cominciare a lavorare per riprendere il programma nucleare italiano.
Cosa bolle in pentola
Fin qui gli annunci. Ma per capire cosa bolle realmente in pentola è necessario fare prima due passi indietro e poi farne uno avanti. Il primo passo indietro riguarda le motivazioni di una tale accelerazione, che - come ha sottolineato più di un membro dell'opposizione - interviene proprio mentre i paesi europei che da sempre usano il nucleare (Spagna e Francia per lo più) hanno deciso di dismettere le centrali o comunque di non costruirne di nuove, almeno fino a quando non si arriverà a produrre energia in modo più pulito. Interrogato dai giornalisti, Claudio Scajola ha chiarito che "l'impegno nucleare italiano ha l'obiettivo di ridurre strutturalmente i costi dell'energia, limitare il ricorso alle importazioni, alleviare gli oneri che gravano anche sulle imprese petrolifere ed energetiche per effetto del Protocollo di Kyoto". Dunque, tra le grandi preoccupazioni del governo rientra la reale applicazione dei vincoli di emissione previsti dagli accordi internazionali. La conferma in tal senso è venuta dalle parole di Stefania Prestigiacomo, che in un'audizione davanti alla Commissione Ambiente del Senato, la prima della sua carriera da titolare del dicastero "verde", ha sottolineato come "dire che stiamo sforando di oltre il 18 per cento gli impegni di Kyoto non è assumere una posizione politica, ma soltanto marcare il punto di partenza del nostro lavoro. Ciò detto mi sono formata la convinzione che la ripartizione degli impegni non ha riflesso a suo tempo adeguatamente le 'circostanze nazionali'". Tradotto: "il governo si impegnerà affinché le quote di riduzione per il periodo 2012-2020 siano definite con criteri più equi e meno penalizzanti per il nostro sistema economico".
Secondo concetto espresso dalla ministra: il nostro paese deve "puntare a un riequilibrio energetico che nel medio periodo ci consenta di arrivare al 25% di rinnovabili e a un altro 25% di nucleare, lasciando solo il restante 50% ai combustibili fossili".
Tempi e problemi
Altro passo indietro: siamo di fronte a una strategia che viene da lontano. Il sottosegretario per lo Sviluppo economico Adolfo Urso, parlando il 19 giugno al IV workshop sul "Riposizionamento dell'Italia nel settore dell'energia: nucleare subito?" ha chiarito che il nostro paese non rientra oggi nel nucleare, "ma ha già cominciato nella legislatura 2001-2006". "Mi riferisco - ha sottolineato - alla decisione di consentire alla Sace di assicurare l'Ansaldo nella sua attività svolta in Romania nel settore nucleare. E alla rimozione del divieto, frutto del referendum del 1987, che impediva all'Enel di operare nel settore nucleare anche quando questa attività fosse fuori dai confini dell'Italia". Dunque, il disegno di legge stabilirà che sarà il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) a definire le "tipologie degli impianti di produzione elettrica nucleare", di fatto ripristinando una norma che era stata abrogata dal referendum del 1987. Mentre al governo sarà affidata una delega, da esercitare entro il 31 dicembre 2008, per definire i criteri di scelta dei siti nucleari e degli stoccaggi per le scorie.
I luoghi
E ora il passo in avanti per capire le prospettive concrete. Allo stesso workshop, Giancarlo Aquilanti, responsabile dell'area tecnica nucleare di Enel, ha spiegato che per coprire il 20% della crescita di domanda di energia elettrica al 2020 attraverso il nucleare "servono 6 centrali di ultima generazione da 1.600 Mw", che potrebbero essere anche dislocate in 3 siti. E che dunque, "sarebbe logico ripartire dai siti che già ospitavano centrali, anche se occorre verificare se questi luoghi rispondono ancora alle stringenti caratteristiche necessarie". Ricordiamo che l'Italia ha avuto 4 centrali operative: a Trino Vercellese, a Saluggia, a Latina, a Garigliano, tutte attualmente disattivate. Sempre Urso ha parlato di "tempi brevi"per le centrali, che "sorgeranno entro un periodo di 7-8 anni".
Le reazioni
Il Pd ha reagito molto duramente, con diverse sfumature, al progetto del governo. Il ministro ombra dell'Ambiente Ermete Realacci ha sottolineato come "il nucleare viene oggi presentato come una fonte di energia sicura, pulita, illimitata e di basso prezzo. Non è così. Con questa scelta il paese si avvia a intraprendere una strada sbagliata e anti-economica". Roberto Della Seta, capogruppo del Pd nella Commissione Ambiente del Senato, ha puntato il dito contro le "decisioni prese per decreto espropriando di fatto il Parlamento ed escludendo ogni dibattito nelle strategie energetiche dei prossimi anni". Bersani, che già in passato aveva sottolineato quanto sarebbe costoso oggi per l'Italia costruire centrali, ha ribadito che semmai la questione è ripartire dalla ricerca per il nucleare di IV generazione. Tutti hanno chiamato in causa la necessità di investire sulle rinnovabili, come ha fatto la Germania. In aggiunta alle critiche sulla scelta anti-ecologica, sono in molti quelli che dubitano che il settore possa davvero riuscire a essere produttivo entro il 2020. E qualcuno ha infine avanzato uno degli interrogativi veri, ricordando Scanzano Jonico e la ricerca disperata di un sito di stoccaggio per le scorie: chi vorrà mai abitare vicino a una centrale nucleare? Ora la palla passa al Parlamento.