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Nucleare, chi lo paga? di Alessandro Geremei
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Nucleare, chi lo paga?
di Alessandro Geremei*
La spinta per il nucleare
Gli obiettivi del piano nazionale energetico annunciato da Scajola negli ultimi
tempi (50% fonti fossili, 25% nucleare e 25% fonti rinnovabili) prevedono la
posa della prima pietra delle nuove centrali nucleari entro il 2013, e il completamento
dell'opera nei 5 anni successivi.
Il Governo, supportato da Confindustria e dalle grandi utilities (Enel ed Edison
in testa), punta sul nucleare in quanto fonte sicura di energia che, oltre
a rendere l'Italia più indipendente dall'estero, non provoca emissioni
climalteranti; Berlusconi rivela che al recente G8 si è parlato di 1.000
centrali nel mondo, Brunetta ne chiede 50 per l'Ue.
La via scelta è il cosiddetto nucleare di "terza generazione avanzata",
tecnologia francese sviluppata alla fine degli anni 90 sul modello delle due
centrali che si stanno costruendo – non senza difficoltà – a
Flamanville (Francia) e Olkiluoto (Finlandia).
Dal Consiglio dei Ministri, intanto, è arrivato il Dpcm 8 aprile 2008
(in vigore dal 1° maggio scorso), grazie al quale il segreto di Stato potrà essere
applicato a tutti "gli impianti civili per produzione di energia e altre infrastrutture
critiche"; e il Dl
25 giugno 2008, n. 112, che dovrà essere convertito in legge entro
60 giorni, il quale prevede l'approvazione di una nuova "Strategia energetica
nazionale" entro fine anno, finalizzata – tra le varie – alla "realizzazione
nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare".
Dall'Eurobarometro, invece, è arrivata agli inizi di luglio l'ultima
indagine sulla opinione degli europei nei confronti del nucleare: anche se
in calo, rimane salda la maggioranza degli italiani che continua a dire no
al nucleare (nonostante il bombardamento mediatico).
Intanto, in Europa...
A Tricastin, cittadina francese a 160 km dall'Italia, si trova la seconda più importante
piattaforma nucleare francese, di "seconda generazione", gestita da una società filiale
del gigante Areva (multinazionale partecipata al 90% dallo Stato francese attiva
nel campo dell'energia nucleare); a Tricastin, nella notte tra il 7 e l'8 giugno
scorso, si è verificata una fuoriuscita di 30 mila litri di acqua contaminata
da uranio, che si è riversata nei fiumi vicini.
L'Autorità francese per la sicurezza nucleare (Asn) ha sollecitato la
sospensione dell'impianto, l'incidente è stato classificato di 1° grado
(su 7) nella "scala INES" (creata dall'Agenzia internazionale per l'energia
atomica), e Andris Piebalgs, Commissario Ue all'energia, ha comunicato che "l'incidente
di Tricastin non cambia il punto di vista della Commissione sul nucleare: è un
incidente come un altro che avviene nelle attività industriali".
Il "punto di vista" della Commissione, d'altra parte, è noto da tempo,
essendo anche stato ben sintetizzato nel pacchetto di proposte contro l'emergenza
energetico/climatica del gennaio 2007: "Spetta ai singoli Stati membri decidere
se avvalersi o meno dell'energia nucleare".
Poco tempo prima però, per la precisione il 4 giugno scorso, un incidente
era capitato anche all'interno della centrale slovena di Krsko (di "seconda
generazione"), che si trova a 135 km da Trieste e fornisce energia elettrica
al 20% per centro della Slovenia e al 25% della Croazia; la piccola perdita
di liquido di raffreddamento era stata catalogata di "grado 0".
Aspettando la "quarta generazione"
Anche il Governo Prodi, da parte sua, aveva mostrato di gradire l'opzione nucleare,
ma non nell'immediato: nel 2007, difatti, l'Italia è entrata a far parte
del foro internazionale per la ricerca sul nucleare di "quarta generazione" (Global
Nuclear Energy Partnership o Gnep), che si basa sempre sulla fissione – per
la fusione bisognerà aspettare ancora – ma a proposito della quale
si narrano meraviglie.
Un suo estimatore, ad esempio, è Carlo Rubbia, il fisico premio Nobel
attualmente impegnato nella messa a punto del solare-termodinamico (tecnologia
su cui l'Italia sta puntando), il quale ritiene che il nucleare di "quarta
generazione", oltre a essere più sicuro e teoricamente autofertilizzante
(quindi poco combustibile e poche scorie), non potrà essere utilizzato
per produrre ordigni nucleari.
Nessun rischio di proliferazione, un problema pungente in quanto l'uso militare
dell'atomo si accompagna spesso all'uso civile; poche difficoltà di
approvvigionamento, anche perché si potranno utilizzare nuovi materiali
(si stima che le riserve di uranio, metallo di cui la "terza generazione" è ingorda,
possano durare ancora 60 anni ai ritmi attuali di consumo); minore produzione
di scorie, un problema che in Italia ben conosciamo visto che sono stimate
in circa 100 mila mc le scorie radioattive presenti sul nostro territorio,
frutto in buona parte della breve stagione nucleare e ancora in attesa di destinazione
finale.
C'è solo un problema: prima del 2030 la "quarta generazione" non sarà pronta.
I costi del nucleare
Le stime dicono che un reattore nucleare di terza generazione ad acqua pressurizzata
(Epr) può costare da 3 a 5 miliardi di euro (se tutto va bene); dicono
inoltre che per rispettare gli obiettivi governativi, serviranno 6 centrali
entro il 2020.
I fondi da dove arrivano? La sinistra tuona contro gli eventuali – ma
anche necessari – incentivi pubblici, visto che le poche centrali in
costruzione nel mondo (5 al momento, tra cui le 2 in Francia e Finlandia) saranno
realizzate grazie a interventi statali più o meno mascherati; questo
perché gli altissimi investimenti iniziali che il nucleare richiede
sono ritenuti estremamente rischiosi, e se lo Stato non interviene in qualche
modo (monopolizzando, garantendo le tariffe e la stabilità ecc.) i privati
non si fanno avanti.
Le indicazioni finora giunte segnalano un grande interesse dell'Esecutivo per
la formula adottata in Finlandia, a Olkiluoto, dove si sta costruendo per l'appunto
uno dei primi reattori di terza generazione Epr e i fondi sono stati recuperati
grazie a un sistema di cooperazione pluriennale concordato tra produttori,
finanziatori e consorzi di consumatori.
Alberto Clò, economista ex Ministro dell'Industria – che consiglia,
da "nuclearista", di non illudersi sui tempi e sui costi – l'ha definito
un "modello societario che bypassa il mercato, con una partnership tra produttori
e grandi consumatori e l'impegno di questi a ritirare la produzione nell'intera
vita della centrale, a prezzi ancorati ai costi remunerati, consentendone la
finanziabilità a tassi la metà di quelli altrove praticati".
Sorgono comunque dubbi, più in generale, sulla possibile convivenza
tra il rilancio dell'atomo e il corretto funzionamento della recente – in
quanto scattata il 1° luglio 2007 – e incompleta liberalizzazione
del mercato dell'energia elettrica in Italia.
In Finlandia, intanto, si dilatano i tempi (2 anni di ritardo sui 5 previsti)
e aumentano le spese (1 miliardo in più).
Negli stessi giorni, curiosamente, l'Autorità per l'energia elettrica
e il gas (Aeeg)
ha presentato la propria relazione annuale, dalla quale si evince che l'8,2%
delle bollette italiane per la corrente elettrica confluisce in una componente
di costo residuale, i cd. "oneri di sistema", composta da una ventina di voci
dal carattere più disparato.
Qui vengono alimentati gli incentivi "Cip6" e i regimi tariffari speciali per
le aziende energivore, ma qui trova spazio anche una voce dedicata al nucleare,
cui gli italiani hanno contribuito nel 2007 con ben 520 milioni di euro: cifra
non di poco conto, per un paese che non produce energia atomica da più di
20 anni.
Alla Sogin, società pubblica nata da una costola di Enel che gestisce
le 4 vecchie centrali nucleari e si occupa dello smaltimento delle scorie, sono
andati 170 milioni di euro; il resto – ma non tutto, perché in parte
i fondi sono stati destinati ad altri scopi – è stato assegnato
a risarcire i Comuni destinatari delle scorie – il Governo ha in mente
una sorta di risarcimento "psicologico" anche per i Comuni che accoglieranno
le nuove centrali – e le imprese tagliate fuori dal referendum dell'87.
Giusto una suggestione: quando in Italia hanno costruito le centrali nucleari,
pensate che queste spese siano state messe in preventivo?
... e i costi per le rinnovabili
Sempre la recente relazione dell'Aeeg segnala che il budget messo a disposizione
delle rinnovabili tramite la bolletta elettrica è stato, nel 2007, superiore
ai 3 miliardi di euro, prelevati sempre dai citati "oneri di sistema".
Al riguardo, però, va brevemente ricordata la vicenda di una delle voci
più importanti tra quelle sovvenzionate, quella relativa agli oramai
noti "Cip6", grazie ai quali si stima che, nei primi dieci anni di funzionamento,
oltre il 90% dei 30 miliardi di euro elargiti siano andati alle fonti cd. "assimilate" (dai
residui di raffineria, al carbone, agli inceneritori) e non alle rinnovabili "vere
e proprie".
Purtroppo, anche se il Parlamento ha recentemente invertito la rotta escludendo
le cd. "assimilate" dalle incentivazioni destinate alle rinnovabili, in adeguamento
alle richieste dell'Ue, occorreranno ancora parecchi anni prima che gli effetti
in bolletta delle "assimilate" smettano di farsi sentire, visto che gli impegni
conclusi sono tutti di carattere pluriennale.
Solo allora, di conseguenza, gli oltre 3 miliardi di euro che annualmente gli
italiani versano in bolletta, potranno dirsi completamente destinati alla promozione
delle vere fonti rinnovabili; e solo allora si potrà valutarne compiutamente
gli effetti.
*Responsabile Adempimenti ambientali per www.reteambiente.it