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G8, energia e gas serra a cura della redazione
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G8, energia e gas serra
a cura della redazione
Il 30 giugno è stato presentato all’Enea il rapporto dell’International Energy Agency sugli scenari e le strategie energetiche da oggi al 2050. Il rapporto Energy Technology Perspectives 2008 è stato predisposto come base di supporto tecnologico ed economico del piano d’azione del G8 sui temi energetici, al suo interno viene segnalata la necessità di una “rivoluzione nel modo di produrre e consumare l’energia a livello mondiale”, per fare ciò bisogna ricorrere a un “drastico cambiamento delle politiche governative” e a uno sforzo di “cooperazione senza precedenti tra le maggiori economie”.
Domandiamo a Paolo degli Espinosa* se la riunione giapponese del G8 ad
Hokkaido ha fatto fare passi avanti rispetto a questo quadro.
Una volta di più è stato messo in evidenza che il deficit di
risposta all’emergenza climatica è prima di tutto di natura politica.
Il G8, pur non essendo una sede governativa/legislativa, è sede idonea
per intese politiche efficaci. Solo i capi di governo dei paesi industrializzati,
infatti, possono accordarsi per superare tre grandi ostacoli:
1. economico, che obbliga a impegnare una quota rilevante dei PIL nazionali;
2. di cambiamento del ruolo dei diversi interessi industriali, che obbliga
a superare gli interessi tradizionali legati ai combustibili fossili;
3. internazionalista, che obbliga a fornire un sostegno mirato, finanziario
e tecnologico, alle economie emergenti che stanno diventando i principali consumatori
di combustibili di origine fossile ed emettitori di gas serra.
È rilevante, in proposito, la posizione degli Stati Uniti per le
decisioni globali. Quali prospettive ci sono?
Il G8, come si prevedeva, si è concluso senza decisioni operative. Per
il futuro, nessun cittadino del mondo, oltre che nessun ambientalista, può dichiararsi
indifferente rispetto alle prossime elezioni presidenziali americane e alla
necessità che gli Stati Uniti siano rappresentati in modo radicalmente
diverso rispetto alla presidenza uscente di Bush.
Come tempi, bisognerà quindi aspettare il 2009, sia con la riunione
del G8 prevista in gennaio sia soprattutto con la riunione decisiva, di dicembre,
per auspicabili accordi che siano impegnativi per superare i tre ostacoli accennati.
Allora fino al 2009 rimane tutto fermo?
Non si può dire che tutto sia fermo. Sia a Heiligendamm nel 2007 sia
a Hokkaido nel 2008 si è fatta strada, è stato fissato l’obiettivo
del dimezzamento dei gas serra al 2050. Permane comunque in proposito una grave,
non casuale, omissione rispetto alla data di riferimento per il dimezzamento:
1990 secondo l’IPCC, 2005 secondo altri. È chiaro che l’accettazione
della seconda data, considerata anche nel rapporto IEA 2008, diminuirebbe di
molto l’impegno di riduzione.
E le economie emergenti?
La richiesta, del tutto comprensibile, delle grandi economie asiatiche è che
comincino i paesi industrializzati, autori principali dell’emergenza,
a dimostrare operatività rispetto agli scenari IPCC.
A quali scenari ti riferisci?
Al collegamento che c’è tra la data in cui si conseguirà il
picco delle emissioni e l’aumento della temperatura media mondiale. Per
contenere tale aumento entro due gradi, il picco deve essere conseguito entro
il 2015. Da quell’anno in poi i valori saranno in diminuzione.
Quali saranno gli impegni finanziari complessivi che si rendono necessari
e come si provvederà?
Nel rapporto IEA si delineano i contorni economici e tecnologici del problema
da affrontare, prevedendo due scenari tecnologico-economici: ACT che impegnerebbe
lo 0,4% del PIL mondiale e BLUE che impegnerebbe un ulteriore 1,1%. La differenza
tra i due è che il primo si basa su tecnologie disponibili o quasi,
mentre il secondo richiede tecnologie nuove e molto costose.
I costi si abbasserebbero, secondo me, se si tenesse conto di un coinvolgimento
attivo della popolazione. I cittadini, infatti, se motivati da adeguate politiche
locali cambierebbero le loro abitudini di mobilità a favore dei mezzi
pubblici, utilizzerebbero elettrodomestici più efficienti ed effettuerebbero
la ristrutturazione energetica delle loro abitazioni.
Quale ruolo si delinea per il nucleare?
Nel rapporto IEA si prevede un fortissimo impegno per il nucleare che produrrebbe
un contributo di riduzione pari solo al 6%. La mia opinione è che
questo 6% si può distribuire sulle fonti rinnovabili avvicinandole
al 50% al 2050, aumentando l’impegno di efficienza e anche aumentando
il contributo CCC (cattura e confinamento della CO2), il che vuol dire ricorrere
allo stoccaggio permanente della CO2 in spazi geologicamente adatti e controllati.
Sul piano politico va quindi apprezzata la posizione della Merkel che ha
evitato qualsiasi riferimento al contributo del nucleare in sede di comunicato
finale.
* Direttore dipartimento energia ISSI, Istituto Sviluppo Sostenibile Italia; autore di Italia 2020. Energia e ambiente oltre Kyoto.