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Gli scenari dell'architettura sostenibile di Beatrice Spirandelli
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Gli scenari dell’architettura sostenibile
di Beatrice Spirandelli*
Strategie per l’architettura sostenibile ha il merito di illustrare
in modo chiaro l’articolato sistema di principi che animano oggi l’architettura
sostenibile, mostrando come essa non si risolva nell’attenzione e nella
tutela della salute degli utenti e di quella dell’ambiente. Questa filosofia
progettuale tocca anche questioni sociali ed economiche nel momento in cui
si propone come un cambiamento culturale, sociale, ecologico ed economico necessario
per la salvaguardia delle generazioni future. In architettura sostenibile non
ci si deve limitare a parlare di risparmio energetico e nocività dei
materiali, ma è importante prefigurare anche la trasformazione dell’ambiente
circostante proponendo modelli alternativi di gestione del territorio e di
sviluppo economico. Per risultare credibile e incisivo questo concetto deve
essere inteso in senso più ampio, inquadrando gli assunti ecologici
che animano questa corrente progettuale in un contesto economico e sociale.
La complessità di questa definizione rende l’architettura sostenibile
passibile di differenti interpretazioni, che variano in base al contesto socioeconomico
in cui ci si trova. Paola Sassi, l’autrice di Strategie
per l’architettura sostenibile,
ha raccolto numerosi edifici in questo senso esemplari che sono collocati in
diverse parti del mondo e che quindi, oltre a essere condizionati da situazioni
climatiche e tradizioni costruttive differenti, rappresentano approcci eterogenei
al tema della sostenibilità. Negli Stati Uniti e in Canada questa pratica
progettuale è legata essenzialmente all’applicazione dei sistemi
di valutazione della sostenibilità edilizia, e quindi a un approccio
generalistico che focalizza il proprio interesse sulla salubrità degli
ambienti interni, soprattutto come conseguenza alla estrema diffusione degli
strumenti di valutazione/certificazione ambientale, primo tra tutti il LEED
(Leadership in Energy and Environmental Design). Come ha ricordato l’autrice,
le politiche ambientali di Stati Uniti e Canada sono pressoché inesistenti,
visto che questi due paesi risultano essere i due maggiori produttori di CO2
al mondo (rispettivamente 20,6 e 20,0 tonnellate per persona, secondo i dati
delle Nazioni Unite). I primi non hanno neppure ratificato il Protocollo di
Kyoto, mentre il Canada, sebbene lo abbia fatto, è stato tentato più volte
di abbandonarlo soprattutto per tutelare la propria crescita economica. L’attenzione
alla salubrità degli ambienti, soprattutto negli Stati Uniti, è motivata
nella maggior parte dei casi dal risparmio in termini di spesa sociale e di
aumento della produttività del personale e interessa quindi più il
settore terziario che quello civile. In questo contesto l’adozione di
alcuni requisiti di carattere ambientale nel settore edilizio è riservata
agli edifici pubblici o a gestione pubblica, che sono nella maggior parte dei
casi sottoposti al sistema di valutazione ambientale LEED, mentre rimane volontaria
in tutte le altre categorie funzionali.
In Europa la situazione è di gran lunga differente, in quanto l’architettura
sostenibile viene correntemente assimilata al mondo delle costruzioni a risparmio
energetico o al massimo a quello delle “basse emissioni”. L’Unione
Europea, a seguito della ratifica del Protocollo di Kyoto, ha emanato numerose
direttive che impongono parametri di consumo energetico sempre più restrittivi,
partendo dalla 2002/91/CE che ha introdotto tra le altre cose l’obbligo
della certificazione energetica in edilizia come strumento di maggiore consapevolezza
dei consumi. Obbligo introdotto anche in Italia con il Dlgs
192/2005,
che imponeva l’inserimento dell’attestato di certificazione energetica
agli atti traslativi a titolo oneroso e ai contratti d’affitto, salvo
poi essere stato in parte abrogato lo scorso 10 luglio, quando la Camera dei
Deputati ha cancellato la pena della nullità dei contratti in caso di
mancanza dello stesso attestato. È notizia di questi giorni che il commissario
europeo all’energia Andris Piebalgs ha richiesto chiarimenti in merito
al governo italiano, dubitando della compatibilità di questo provvedimento
con la disciplina comunitaria di riferimento. Nel frattempo, a gennaio 2008
la Commissione europea ha dato il via libera a un nuovo piano per contrastare
i cambiamenti climatici, che contiene un pacchetto di proposte legislative
finalizzate al raggiungimento dei seguenti obiettivi entro il 2020: il raggiungimento
del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento
del 20% dell’efficienza e un taglio del 20% alle emissioni di anidride
carbonica. Anche questa decisione è stata recentemente contrastata dal
governo italiano, che denuncia “costi troppo alti” per il nostro
paese, attaccandosi negli ultimi giorni al treno della crisi finanziaria e
provvedendo a una “propria” analisi costi-benefici, che è in
corso e che temiamo si giochi ancora una volta più in termini economici
che ambientali. E anche qui... chi vivrà vedrà!
A fine 2006 la stessa Commissione europea aveva approvato anche l’“Action
Plan per l’Efficienza Energetica dell’Unione Europea”, che
si configura come una dichiarazione di intenti circa un ulteriore restringimento
delle prescrizioni sulle prestazioni energetiche del costruito, proponendosi
l’obiettivo di raggiungere il livello della casa passiva a partire dal
2015. Qualche mese dopo nel Regno Unito è stato introdotto l’obbligo
dal 2016 di costruire soltanto nuove abitazioni a “emissioni zero” sia
in fase di costruzione sia di gestione. Questo continuo spostamento del limite
delle prestazioni energetiche degli edifici sta ponendo sul piatto la questione
dell’energia grigia di materiali e prodotti edilizi che, con il diminuire
della spesa energetica in fase di gestione, diventa una voce sempre più significativa
per un ulteriore potenziale risparmio di energia e di riduzione delle emissioni,
assumendo l’ottica dell’intero ciclo di vita di un edificio. Forse
in questo modo si arriverà a capire che non basta imporre l’impiego
di fonti di energia rinnovabile per costruire edifici realmente sostenibili,
in quanto esistono anche materiali di origine altrettanto rinnovabile che possono
contribuire notevolmente alla riduzione delle emissioni e alla soluzione dei
numerosi altri problemi ambientali che affliggono il nostro pianeta. Non è un
caso che alcuni degli edifici costruiti in Germania e in Austria che producono
più energia di quanta ne consumano – alcuni dei quali progettati
negli anni ’90 quando da noi si introduceva il tanto famoso quanto disatteso
Dlgs 10/1991 – siano stati realizzati con strutture in legno, ovvero
con il materiale rinnovabile per eccellenza.
* Architetto, consulente indipendente sui temi dell’architettura sostenibile e del risparmio energetico, vicepresidente del laboratorio DAGAD e membro delegato di ANAB, curatrice del volume Strategie per l’architettura sostenibile e autrice dell’appendice all’edizione italiana.