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Tutte le energie in un Codice di Gianni Silvestrini
Gli scenari dell'architettura sostenibile di Beatrice Spirandelli
Carlo Lucarelli: Jolly Rosso dei veleni di Emiliano Angelelli
Pagateci il danno! di Antonio Pergolizzi
Se a dicembre il clima si fa incandescente di Ilaria Di Bella

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Gli scenari dell’architettura sostenibile
di Beatrice Spirandelli*

Strategie per l’architettura sostenibile ha il merito di illustrare in modo chiaro l’articolato sistema di principi che animano oggi l’architettura sostenibile, mostrando come essa non si risolva nell’attenzione e nella tutela della salute degli utenti e di quella dell’ambiente. Questa filosofia progettuale tocca anche questioni sociali ed economiche nel momento in cui si propone come un cambiamento culturale, sociale, ecologico ed economico necessario per la salvaguardia delle generazioni future. In architettura sostenibile non ci si deve limitare a parlare di risparmio energetico e nocività dei materiali, ma è importante prefigurare anche la trasformazione dell’ambiente circostante proponendo modelli alternativi di gestione del territorio e di sviluppo economico. Per risultare credibile e incisivo questo concetto deve essere inteso in senso più ampio, inquadrando gli assunti ecologici che animano questa corrente progettuale in un contesto economico e sociale.
La complessità di questa definizione rende l’architettura sostenibile passibile di differenti interpretazioni, che variano in base al contesto socioeconomico in cui ci si trova. Paola Sassi, l’autrice di Strategie per l’architettura sostenibile, ha raccolto numerosi edifici in questo senso esemplari che sono collocati in diverse parti del mondo e che quindi, oltre a essere condizionati da situazioni climatiche e tradizioni costruttive differenti, rappresentano approcci eterogenei al tema della sostenibilità. Negli Stati Uniti e in Canada questa pratica progettuale è legata essenzialmente all’applicazione dei sistemi di valutazione della sostenibilità edilizia, e quindi a un approccio generalistico che focalizza il proprio interesse sulla salubrità degli ambienti interni, soprattutto come conseguenza alla estrema diffusione degli strumenti di valutazione/certificazione ambientale, primo tra tutti il LEED (Leadership in Energy and Environmental Design). Come ha ricordato l’autrice, le politiche ambientali di Stati Uniti e Canada sono pressoché inesistenti, visto che questi due paesi risultano essere i due maggiori produttori di CO2 al mondo (rispettivamente 20,6 e 20,0 tonnellate per persona, secondo i dati delle Nazioni Unite). I primi non hanno neppure ratificato il Protocollo di Kyoto, mentre il Canada, sebbene lo abbia fatto, è stato tentato più volte di abbandonarlo soprattutto per tutelare la propria crescita economica. L’attenzione alla salubrità degli ambienti, soprattutto negli Stati Uniti, è motivata nella maggior parte dei casi dal risparmio in termini di spesa sociale e di aumento della produttività del personale e interessa quindi più il settore terziario che quello civile. In questo contesto l’adozione di alcuni requisiti di carattere ambientale nel settore edilizio è riservata agli edifici pubblici o a gestione pubblica, che sono nella maggior parte dei casi sottoposti al sistema di valutazione ambientale LEED, mentre rimane volontaria in tutte le altre categorie funzionali.
In Europa la situazione è di gran lunga differente, in quanto l’architettura sostenibile viene correntemente assimilata al mondo delle costruzioni a risparmio energetico o al massimo a quello delle “basse emissioni”. L’Unione Europea, a seguito della ratifica del Protocollo di Kyoto, ha emanato numerose direttive che impongono parametri di consumo energetico sempre più restrittivi, partendo dalla 2002/91/CE che ha introdotto tra le altre cose l’obbligo della certificazione energetica in edilizia come strumento di maggiore consapevolezza dei consumi. Obbligo introdotto anche in Italia con il Dlgs 192/2005, che imponeva l’inserimento dell’attestato di certificazione energetica agli atti traslativi a titolo oneroso e ai contratti d’affitto, salvo poi essere stato in parte abrogato lo scorso 10 luglio, quando la Camera dei Deputati ha cancellato la pena della nullità dei contratti in caso di mancanza dello stesso attestato. È notizia di questi giorni che il commissario europeo all’energia Andris Piebalgs ha richiesto chiarimenti in merito al governo italiano, dubitando della compatibilità di questo provvedimento con la disciplina comunitaria di riferimento. Nel frattempo, a gennaio 2008 la Commissione europea ha dato il via libera a un nuovo piano per contrastare i cambiamenti climatici, che contiene un pacchetto di proposte legislative finalizzate al raggiungimento dei seguenti obiettivi entro il 2020: il raggiungimento del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20% dell’efficienza e un taglio del 20% alle emissioni di anidride carbonica. Anche questa decisione è stata recentemente contrastata dal governo italiano, che denuncia “costi troppo alti” per il nostro paese, attaccandosi negli ultimi giorni al treno della crisi finanziaria e provvedendo a una “propria” analisi costi-benefici, che è in corso e che temiamo si giochi ancora una volta più in termini economici che ambientali. E anche qui... chi vivrà vedrà!
A fine 2006 la stessa Commissione europea aveva approvato anche l’“Action Plan per l’Efficienza Energetica dell’Unione Europea”, che si configura come una dichiarazione di intenti circa un ulteriore restringimento delle prescrizioni sulle prestazioni energetiche del costruito, proponendosi l’obiettivo di raggiungere il livello della casa passiva a partire dal 2015. Qualche mese dopo nel Regno Unito è stato introdotto l’obbligo dal 2016 di costruire soltanto nuove abitazioni a “emissioni zero” sia in fase di costruzione sia di gestione. Questo continuo spostamento del limite delle prestazioni energetiche degli edifici sta ponendo sul piatto la questione dell’energia grigia di materiali e prodotti edilizi che, con il diminuire della spesa energetica in fase di gestione, diventa una voce sempre più significativa per un ulteriore potenziale risparmio di energia e di riduzione delle emissioni, assumendo l’ottica dell’intero ciclo di vita di un edificio. Forse in questo modo si arriverà a capire che non basta imporre l’impiego di fonti di energia rinnovabile per costruire edifici realmente sostenibili, in quanto esistono anche materiali di origine altrettanto rinnovabile che possono contribuire notevolmente alla riduzione delle emissioni e alla soluzione dei numerosi altri problemi ambientali che affliggono il nostro pianeta. Non è un caso che alcuni degli edifici costruiti in Germania e in Austria che producono più energia di quanta ne consumano – alcuni dei quali progettati negli anni ’90 quando da noi si introduceva il tanto famoso quanto disatteso Dlgs 10/1991 – siano stati realizzati con strutture in legno, ovvero con il materiale rinnovabile per eccellenza.

* Architetto, consulente indipendente sui temi dell’architettura sostenibile e del risparmio energetico, vicepresidente del laboratorio DAGAD e membro delegato di ANAB, curatrice del volume Strategie per l’architettura sostenibile e autrice dell’appendice all’edizione italiana.