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Lunga vita ai rifiuti a cura della redazione
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Lunga vita ai rifiuti
a cura della redazione
Il riutilizzo degli oggetti che consideriamo arrivati a “fine vita” è un tema di cui si parla sempre di più, specie in momenti di crisi (che sia reale o percepita), e che spesso fa riferimento a pratiche diffuse e radicate. Può diventare un sistema? L’economia dell’usato può diventare oggetto privilegiato delle strategie e quindi delle politiche di sostenibilità degli enti locali?
La seconda vita delle cose, il volume realizzato a cura del Centro di Ricerca Economica e Sociale dell'Occhio del Riciclone, fornisce preziosi elementi di conoscenza delle dinamiche – spesso poco note – delle imprese dell’usato e delle merci che compongono i flussi di questo mercato parallelo.
Un filo conduttore che porta all’analisi di soluzioni pratiche idonee a coinvolgere il settore dell’usato nella gestione dei rifiuti, e che a partire da queste ipotizza degli scenari analizzandone con precisione tutti i potenziali effetti.
Una parte importante del libro è dedicata a casi studio esteri e italiani che descrivono le esperienze già esistenti nel campo del riutilizzo e del coinvolgimento delle “economie popolari”.
Avviare una riflessione sull’ambiente che parta dalle economie popolari significa toccare alcuni tra i temi più importanti del nostro periodo: l’emarginazione sociale e l’emergenza rifiuti. Sotto la definizione di “informale” si celano infatti veri e propri universi economici, che riguardano settori molto diversi tra loro.
Alcuni di questi settori, che oggi vengono sostanzialmente ostacolati, dovrebbero invece essere aiutati a emergere per il loro potenziale di strumento di promozione sociale, a favore di un’economia dove l’emarginazione venga superata in maniera produttiva e dignitosa e dove il consumo dei beni possa prolungarsi di mano in mano fino all’effettiva obsolescenza del prodotto.
I due aspetti possono andare di pari passo per un motivo semplice: il processo di acquisizione, selezione, eventuale riparazione e distribuzione capillare della merce usata è labor intensive; si tratta ovvero di un processo produttivo che distribuisce la maggioranza delle sue entrate sul costo della manodopera. Ma il riutilizzo non richiede solo un alto numero di impiegati: ha anche bisogno che questi ultimi siano dotati di un know how specifico.
Il know how in questione è completamente assente dai circuiti ufficiali (ingegneri e tecnici ambientali), ma è perfettamente rintracciabile laddove nessuno si sogna di indagare: nelle strade, presso i rovistatori di cassonetto, i rigattieri abusivi e gli svuotacantine.
La seconda vita delle cose è un primo passo per sistematizzare e rendere accessibili questi saperi.