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In questo numero:

Una gita in campagna di Marco Moro
Bioplastiche: un caso studio di bioeconomia in Italia di Paola Fraschini
Non di solo cibo si tratta... di Diego Tavazzi
Rinnovabili: operazione verità di Diego Tavazzi
Una guida all’eco-innovazione di Paola Fraschini
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Bioplastiche: un caso studio di bioeconomia in Italia
Intervista a Catia Bastioli
di Paola Fraschini

In questo articolo parliamo di:

Bioplastics: a case study of Bioeconomy in Italy/Bioplastiche: un caso studio di bioeconomia in Italia
a cura di Walter Ganapini, Kyoto Club

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C’è un caso in cui l’Italia dimostra che pur nella crisi è possibile creare posti di lavoro, stimolare l’innovazione, rivitalizzare settori dell’economia. Stiamo parlando delle bioplastiche biodegradabili e compostabili, un esempio di economia di sistema capace di ripensare un prodotto critico per l’ambiente impendendone il conferimento in discarica. E l’obiettivo non è solo quello di sviluppare nuovi prodotti, ma soprattutto declinare una strategia di sviluppo lungimirante in ottica sistemica. Il “caso Italia” è raccontato nel libro (in italiano e inglese) a cura di Walter Ganapini Bioplastics/Bioplastiche ed è stato presentato presso il Parlamento europeo lo scorso 6 marzo alla presenza di policy makers provenienti da tutta Europa. Se siete interessati a saperne di più leggete l’intervista a Catia Bastioli* e partecipate al convegno che si terrà il 9 settembre a Roma

 

Il nostro Paese si trova a occupare una posizione di leader nel settore delle bioplastiche: una volta tanto il caso Italia è un esempio d’avanguardia per tutto il resto d’Europa. Ci vuole brevemente raccontare come si è arrivati a questo risultato?
L’esperimento di economia di sistema che ci ha permesso di arrivare al punto in cui siamo oggi, dove osserviamo un certo dinamismo dell’Italia nel settore delle bioplastiche biodegradabili e compostabili e nel settore degli intermedi chimici sinergici alla loro produzione, capace anche di attrarre investimenti di imprese leader internazionali, parte da lontano ed è il risultato di circa 20 anni di lavoro sia dal lato della ricerca e innovazione sia nel campo del waste managment.
Il lavoro che ha portato alla realizzazione di questo caso studio all’avanguardia trae la sua origine dalla evoluzione della ricerca e innovazione del settore delle bioplastiche biodegradabili da un lato e dallo sviluppo virtuoso della filiera del compost di qualità, da rifiuto municipale raccolto in modo differenziato, dall’altro. Le connessioni tra questi due sviluppi, verificatisi negli anni, hanno messo in moto una serie di comportamenti virtuosi e di iniziative di collaborazione tra svariati interlocutori (imprese, istituzioni, enti di ricerca, associazioni di settore, società di consulenza ed enti regionali) generando un tessuto connettivo ideale per promuovere un cambiamento di modello di sviluppo con al centro l’uso efficiente delle risorse.
La legislazione sugli shoppers varata all’inizio del 2010 ha poi consentito di massimizzare i risultati e consolidare ulteriormente questi due sviluppi sinergici creando condizioni che hanno permesso e che permetteranno di stimolare investimenti in bioraffinerie fornendo opportunità di riconversione, per impianti a oggi non più competitivi, su produzioni ad alto valore aggiunto.
Il caso studio dimostra come sia possibile trasformare una minaccia per il pianeta, come quello dell’inquinamento in mare e nel territorio da sacchetti in plastica tradizionale, in un’opportunità di crescita per il paese. Abbiamo in Italia un caso di economia di sistema che è stato capace di ripensare un prodotto critico per l’ambiente con soluzioni diverse come le bioplastiche biodegradabili e compostabili, oltre ai sacchi riutilizzabili, permettendoci così di catturare maggiore valore del rifiuto organico, impendendone il conferimento in discarica. Da un problema abbiamo creato delle opportunità. Il sacchetto diventa quindi una filiera integrata e base per diverse altre filiere corte, integrate tra loro, capaci di dare slancio all’agricoltura locale e di riportare sul nostro territorio la produzione di materie prime, focalizzandoci su nicchie di mercato in cui siamo capaci di competere a testa alta con mercati emergenti e globali.

 

Oltre a essere un modello a livello internazionale, il settore italiano della bioplastica è uno dei principali attori della bioeconomia nel nostro Paese. Su quali strategie si sta sviluppando il settore? E quali punti fondamentali dovrebbe contenere secondo lei il Piano italiano per la bioeconomia?
Relativamente allo sviluppo del settore delle bioplastiche è importante comprendere che l’obiettivo non è unicamente sviluppare nuovi prodotti ma declinare una strategia di sviluppo lungimirante in ottica sistemica. Quindi coerentemente con quanto realizzato a oggi in Italia il settore si sta sviluppando lungo tutta la filiera con una forte integrazione a monte che sta permettendo di potenziare lo sviluppo di intermedi chimici a base rinnovabile integrando processi chimici e di biotecnologia industriale con una forte cooperazione con il mondo agricolo. Settori prima non collegati stanno cooperando canalizzando risorse e azioni verso obiettivi comuni, elemento essenziale per massimizzare gli sforzi di ricerca e innovazione. Le bioraffinerie in questo quadro stanno giocando un ruolo chiave perché permettono sempre più di offrire opportunità di riconversione di impianti non competitivi, ne è un esempio Matrìca la joint venture tra Novamont ed Eni Versalis che a Porto Torres sta investendo circa 500 milioni di euro per costruire la prima bioraffineria di terza generazione al mondo.
Per quanto riguarda una possibile strategia italiana sul tema penso sia importante ricordare che la terra è una risorsa limitata, ed è essenziale che i settori trainanti ad alto potenziale e che possono meglio sfruttare la biodiversità locale siano considerati come una priorità fondamentale all’interno del dibattito più ampio sulla bioeconomia in corso in Europa e in Italia. Il punto di partenza per lo sviluppo di una strategia nazionale dovrebbe essere una base solida fornita da casi di studio dimostrativi, che abbiano dato prova di essere vitali e sostenibili, come nel caso delle bioplastiche. Tali casi dovrebbero ispirare lo sviluppo di politiche in sinergia con le aree locali e le loro specificità. Sarebbe importante che la strategia italiana sulla bioeconomia desse spazio ai prodotti a elevato valore aggiunto e all’impiego a cascata della biomassa. Una buona fonte di ispirazione potrebbe essere la strategia in atto nei Paesi Bassi, dove la chimica verde è un elemento centrale nel declinare l’approccio alla bioeconomia. Altri elementi chiave da tenere in considerazione sono da un lato le misure di mercato volte a incentivare l’acquisto di prodotti verdi nella pubblica amministrazione, dall’altro un sistema di standard a cui conformarsi e di etichettature. Ciò consentirebbe all’Italia di avere una strategia globale in grado di coprire tutta la filiera dal settore agricolo alla diffusione nel mercato, tenendo in considerazione le diverse condizioni agro-economiche e il potenziale della bioeconomia di ogni regione. Abbiamo bisogno di incoraggiare la creazione di una bioeconomia basata non sulle sovvenzioni ma sulle applicazioni all’avanguardia che rispettano standard rigorosi e che possono contribuire concretamente ad abbassare la pressione sulle limitate risorse del pianeta.

 

Gli shopper biodegradabili e compostabili, grazie anche alla messa al bando dei “sacchetti” di plastica convenzionali, sono forse il prodotto che più di altri ha reso familiare al pubblico il settore della “chimica verde”. La legge n. 28 del 24 marzo 2012 specifica che gli shopper biodegradabili ammessi alla vendita sono quelli realizzati con polimeri conformi alla norma Uni En 13432:2002. Come può il cittadino riconoscere i sacchetti biodegradabili e compostabili da quelli falsi?
La legge 28/2012 è stata un tassello fondamentale per riconoscere chiaramente il ruolo essenziale dei materiali certificati secondo stringenti standard proprio per tutelare il consumatore e l’intera filiera.
Un prodotto compostabile si riconosce grazie alla presenza sulla confezione di alcuni loghi specifici, rilasciati da organismi indipendenti, sulla base di alcuni parametri individuati da due normative europee: EN 13432 ed EN 14995.
Questi loghi, per facilitare il consumatore nell’identificazione, devono essere stampati sul prodotto finito: in Italia è particolarmente diffuso il marchio rilasciato dal Consorzio Italiano Compostatori.
Numerose iniziative volte a rendere più semplice per il cittadino la rapida individuazione dei sacchetti certificati biodegradabili e compostabili sono state portate avanti da associazioni di categoria come Assobioplastiche.
Il danno che i sacchetti falsamente biodegradabili stanno apportando al caso studio italiano è significativo. Come dimostrato da recenti analisi eseguite della SDA Bocconi, ammontano a circa 26.000.000 di euro i costi che gli impianti di compostaggio devono sostenere per purificare gli impianti dalla presenza di shopper falsamente bio. Inoltre questi sacchetti, per esempio, se usati per la raccolta differenziata dell’organico domestico, inquinano pesantemente il compost prodotto dagli impianti di compostaggio con frammenti di plastica, oltre a non degradarsi completamente qualora dispersi nell’ambiente.

 

E in Europa? Le misure italiane per l’eliminazione dal commercio degli shopper in plastica convenzionali saranno prese a modello anche per gli altri Stati membri dell’Unione europea?
L’auspicio è che l’Europa sappia fare tesoro dell’esperienza italiana che come raccontato dal recente libro curato da Walter Ganapini edito da Edizioni Ambiente Bioplastiche: Un caso studio di bioeconomia in Italia è un modello traslabile in altre realtà con benefici e ricadute positive per l’ambiente, l’agricoltura e il settore dell’industria chimica.
I cittadini europei sembrano volere fortemente misure in linea con quella italiana come dimostrato da una consultazione pubblica lanciata dalla Commissione nel 2012, dove la maggioranza si è espressa a favore di misure volte a ridurre l’uso di sacchetti di plastica tradizionale.
Stati Membri come la Francia e la Spagna stanno inoltre predisponendo legislazioni simili a quella italiana proprio perché capaci di agire su due aspetti chiave: quello della prevenzione dei rifiuti e quello della reindustrializzazione di aree in crisi attraverso la chimica verde.
Pensare che l’Europa non colga al volo queste opportunità e questi sviluppi positivi, proprio in un momento in cui la crescita verde è vista come chiave per rispondere alla crisi sarebbe davvero poco lungimirante. Il caso Italia dimostra che attraverso misure di incentivo alla domanda dedicate a prodotti di nicchia ad alto valore aggiunto è possibile anche in crisi come quella attuale creare posti di lavoro, stimolare l’innovazione, rivitalizzare il settore della chimica tradizionale e dare spinta alla raccolta differenziata rispondendo al problema delle discariche. L’Europa ha sete di un cambiamento che vada nella direzione giusta e quello che accade in Italia dimostra che realizzarlo è possibile, da subito.

 

*Amministratore delegato di Novamont e Presidente di Kyoto Club.